Questa la spesa se dopo il voto del 2010 gli eletti non saranno riconfermati.
In Piemonte la buonuscita è di ben 85mila euro.
Hanno anche la liquidazione, i consiglieri regionali.
E che liquidazione: da decine di migliaia di euro.
Un beneficio noto agli addetti ai lavori, ma di cui l’opinione pubblica non sempre è consapevole. Almeno fino a ieri.
Goà, perché l’arcivescovo di Torino, Severino Poletto, ha avuto l’audacia di biasimare i politici che in tempi difficili come questi mancano di sobrietà.
Al cardinale non è piaciuta la superindennità che i consiglieri uscenti della Regione Piemonte percepiranno fra tre mesi, quando si chiuderà la legislatura.
Ben 85.770 euro, netti, per 5 anni di lavoro.
Il Tfr piemontese è il più alto d’Italia, seguito a poca distanza da quello pugliese, con un’indennità di 80.600 euro a legislatura.
Una regione del nord e una del sud; la mappa delle liquidazioni stravolge la consueta geografia politica e civica.
Infatti tra quelle virtuose troviamo al primo posto la Calabria con 21.920 euro, seguita dall’Emilia Romagna con 24mila euro e dal Veneto con 27.497 euro.
Insomma: quanto a emolumenti non c’è differenza tra settentrione e meridione, come risulta dalle statistiche della Conferenza delle Assemblee legislative delle Regioni e dai dati che il Giornale ha raccolto interpellando i Parlamenti locali.
Il motivo? Semplice: ogni regione è libera di determinare l’entità degli emolumenti.
La conseguenza?
Intuibile.
Le elezioni che si svolgeranno la prossima primavera costeranno parecchio alla collettività.
La media delle indennità di fine mandato nelle tredici regioni che si recheranno alle urne è di 42.901 euro, sempre al netto delle tasse e dei contributi.
Pur essendo molto difficile stimare il Tfr maturato complessivamente fino ad oggi, considerato che riguarda ben 709 consiglieri - alcuni dei quali di prima nomina, altri invece veterani - abbiamo tentato un calcolo indicativo.
Ipotizzando che tutti i consiglieri avessero una sola legislatura alle spalle e che tutti venissero sostituiti, il costo complessivo ammonterebbe a 32.633.086 euro.
Una bella somma in tempi di crisi, tanto più che il costo reale è di gran lunga più alto.
«Mi auguro che questi dati inducano l’opinione pubblica e i politici a definire con chiarezza e senza sperequazioni quanto debba guadagnare un consigliere regionale in Italia», dichiara al Giornale Monica Donini, numero uno del Consiglio regionale dell’Emilia Romagna e presidente Conferenza delle Assemblee legislative delle Regioni.
«Le retribuzioni dei consiglieri sono parametrati all’indennità dei parlamentari a Roma - spiega -. C’è chi è molto parco e si ferma al 60% e chi invece tocca il 100%, come la Sicilia che prende come riferimento addirittura il Senato, anziché la Camera dei Deputati».
La liquidazione di solito corrisponde a una mensilità per ogni anno di legislatura.
Lo scandalo del Piemonte e della Puglia è presto spiegato: anziché un mese ne vengono considerati due.
Quello di Torino è recente, fu approvato nel 2003 durante l’era Ghigo.
La liquidazione è proporzionale al numero di anni trascorsi in Consiglio.
Per intenderci: se un consigliere lasciasse dopo tre mandati incasserebbe 257.312 mila euro. Puliti, puliti.
Una bella ricompensa, non c’è che dire, che si inerisce in una realtà molto variegata.
mercoledì 30 dicembre 2009
mercoledì 23 dicembre 2009
Finlandia: treni in ritardo per la neve?

Al massimo 5 minuti tre giorni all'anno
Convogli e carrozze nuove e un'adeguata manutenzione della rete permettono di viaggiare con ogni clima
Quando fa molto freddo, con punte di 20-30 e anche più gradi sottozero e la neve è superiore ai 15 cm, i (pochi) treni vecchi hanno qualche problema in più.
Convogli e carrozze nuove e un'adeguata manutenzione della rete permettono di viaggiare con ogni clima
Quando fa molto freddo, con punte di 20-30 e anche più gradi sottozero e la neve è superiore ai 15 cm, i (pochi) treni vecchi hanno qualche problema in più.
Riguardo al Pendolino, costruito dalla Fiat, i problemi sono scarsi: basta ridurre la velocità per superarli».
In Finlandia quello che avviene per i treni (quasi sempre puntualissimi) si ripete per gli autobus e la circolazione su strada.
Nonostante le forti nevicate (in inverno quasi quotidiane) una efficientissima rete di spazzaneve si mette in moto e ripulisce strade statali e vie cittadine in poco tempo.
IN ITALIA :
«METTERSI IN VIAGGIO CON PANINI E MAGLIONI» - L’impegno prioritario di Ferrovie, assicura Moretti è quello di non interrompere il servizio e non bloccare il servizio.
IN ITALIA :
«METTERSI IN VIAGGIO CON PANINI E MAGLIONI» - L’impegno prioritario di Ferrovie, assicura Moretti è quello di non interrompere il servizio e non bloccare il servizio.
«Sappiamo che i nostri utenti vogliono tornare a casa per le feste e noi vogliamo portarceli – aggiunge -.
In altre condizioni direi a tutti di rimandare la partenza di qualche giorno, ma so che adesso non si può fare».
Moretti lancia allora una raccomandazione a chi sta per mettersi in viaggio: «Portatevi qualche maglione pesante, qualche panino in più e qualche bottiglia d'acqua.
Perché può capitare che a causa del maltempo vada via la linea elettrica e che non ci sia il riscaldamento nelle carrozze». Dal Corriere della Sera.
IN PIEMONTE L' ASSESSORE AI TRASPORTI CHE DICE ?
giovedì 3 dicembre 2009
Fanno soldi sulla pelle dei bimbi.
"35 milioni con gli orfani di Stato"
- Gli abusi sui minori sono un business. O almeno così si può dire osservando il costo per la collettività: la Regione Piemonte, in un anno, spende una cifra come 35 milioni di euro per le comunità, i presidi assistenziali e tutte le altre strutture - sono 140 in tutta la regione - pensate per l’affido dei minori tolti alla famiglia. Strutture che, a quanto risulta per esempio al consigliere regionale Gian Luca Vignale, sono in gran parte private. E cifre che, come ribadito più volte dal consigliere, sembrano destinate a salire se si considerano anche i fondi erogati alle famiglie affidatarie.Nella nostra Regione 3.498 minori nel 2006 risultavano allontanati dalle loro famiglie naturali: di questi 2.319 erano in stato di affido famigliare e 1.179 vivevano presso comunità della Regione, di questi circa il 10 per cento erano stranieri. Ma perché così tanti minorenni vengono tolti alle famiglie? Scorrendo i dati a disposizione emerge che nel 44 per cento dei casi la motivazione è «incapacità e metodi educativi non idonei», mentre il 32,77 per cento è «impossibilità dei genitori a seguire i figli ».Ma secondo l’associazione “Cresco a casa” sovente i criteri di valutazione sono troppo soggettivi «mentre la sottrazione coatta di minori e falsi abusi hanno un comune denominatore che trova origine nelle discipline psicologiche e psichiatriche». Per intenderci: è sufficiente la segnalazione di un insegnante, un comportamento “strano”, un disegno ed ecco che può accadere che normali turbe adolescenziali vengano scambiate per segni di abusi subiti. Come Marta, 15 anni, prelevata da scuola e sottratta per sette mesi ai genitori perché la dirigente scolastica notava « u n’insofferenza della minore nei confronti della famiglia » . L’indagine della polizia - allertata dai genitori - ha poi smontato ogni accusa. E si tratta solamente di un esempio. La casistica, come sostenuto più volte da Vittorio Apolloni presidente, oltre che di “Cresco a casa”, anche del centro di documentazione sui falsi abusi, è piuttosto ampia. E a rafforzare la sua tesi enumera le cifre: su una media di quasi quattro milioni di denunce presentate alle Procure di tutta Italia, quelle riguardanti i minori sono 4.959. Quelle rivelatesi fasulle sono il 96 per cento.Per Gian Luca Vignale, che da tempo ha avviato una vera e propria battaglia in questo senso, «l’affidamento è un settore in cui la Regione investe un mucchio di soldi in modo ingiustificato rispetto al numero di persone che segue. Ritengo più importante sostenere la famiglia e non le strutture ricettive per i minori».
Torino 27/11/2009
- Gli abusi sui minori sono un business. O almeno così si può dire osservando il costo per la collettività: la Regione Piemonte, in un anno, spende una cifra come 35 milioni di euro per le comunità, i presidi assistenziali e tutte le altre strutture - sono 140 in tutta la regione - pensate per l’affido dei minori tolti alla famiglia. Strutture che, a quanto risulta per esempio al consigliere regionale Gian Luca Vignale, sono in gran parte private. E cifre che, come ribadito più volte dal consigliere, sembrano destinate a salire se si considerano anche i fondi erogati alle famiglie affidatarie.Nella nostra Regione 3.498 minori nel 2006 risultavano allontanati dalle loro famiglie naturali: di questi 2.319 erano in stato di affido famigliare e 1.179 vivevano presso comunità della Regione, di questi circa il 10 per cento erano stranieri. Ma perché così tanti minorenni vengono tolti alle famiglie? Scorrendo i dati a disposizione emerge che nel 44 per cento dei casi la motivazione è «incapacità e metodi educativi non idonei», mentre il 32,77 per cento è «impossibilità dei genitori a seguire i figli ».Ma secondo l’associazione “Cresco a casa” sovente i criteri di valutazione sono troppo soggettivi «mentre la sottrazione coatta di minori e falsi abusi hanno un comune denominatore che trova origine nelle discipline psicologiche e psichiatriche». Per intenderci: è sufficiente la segnalazione di un insegnante, un comportamento “strano”, un disegno ed ecco che può accadere che normali turbe adolescenziali vengano scambiate per segni di abusi subiti. Come Marta, 15 anni, prelevata da scuola e sottratta per sette mesi ai genitori perché la dirigente scolastica notava « u n’insofferenza della minore nei confronti della famiglia » . L’indagine della polizia - allertata dai genitori - ha poi smontato ogni accusa. E si tratta solamente di un esempio. La casistica, come sostenuto più volte da Vittorio Apolloni presidente, oltre che di “Cresco a casa”, anche del centro di documentazione sui falsi abusi, è piuttosto ampia. E a rafforzare la sua tesi enumera le cifre: su una media di quasi quattro milioni di denunce presentate alle Procure di tutta Italia, quelle riguardanti i minori sono 4.959. Quelle rivelatesi fasulle sono il 96 per cento.Per Gian Luca Vignale, che da tempo ha avviato una vera e propria battaglia in questo senso, «l’affidamento è un settore in cui la Regione investe un mucchio di soldi in modo ingiustificato rispetto al numero di persone che segue. Ritengo più importante sostenere la famiglia e non le strutture ricettive per i minori».
Torino 27/11/2009
lunedì 2 novembre 2009
In prossimità delle elezioni regionali del 2010
DE SANITATE PIEMONTESE, PARLIAMONE :
il tema della sanità era e resta centrale non solo nel dibattito politico e culturale generale, ma anche riguardo al livello di apprezzamento dei cittadini nei confronti del proprio sistema sanitario regionale.
La modifica del Titolo V della Costituzione ha attribuito alle Regioni potere legislativo in merito all’organizzazione sanitaria e alle scelte dei percorsi assistenziali in base ai quali soddisfare i bisogni dei propri assistiti.
Per questo motivo, sempre più la sanità è avvertita dal cittadino non solo come funzione di governo locale, a immagine e somiglianza della propria storia, della propria cultura, del proprio percorso di abitudini e necessità, in coerenza con l’evoluzione dei modi e degli stili personali di vita, ma anche come parametro di giudizio dell’operato del governatore regionale e della sua giunta.
In Piemonte, le polemiche sul versante sanitario durante l’attuale governo del centro-sinistra sono sempre state all’ordine del giorno e non sono mancati numerosi momenti di tensione fra i due schieramenti politici, le cui vere motivazioni non sempre sono state fedelmente riportate dai mass media.
Prevedendo il clima infuocato e di scontro, che certamente caratterizzerà questa consultazione elettorale, è opportuno chiarire alcuni punti.
All’indomani dell’imprevista vittoria del centro-sinistra della presidente Bresso, lo stato dell’arte della sanità piemontese era il seguente: buona copertura quali-quantitativa della domanda sanitaria (grazie ad una struttura organizzativa che prevedeva più ASL rispetto alle attuali, ciascuna delle quali poteva gestire in maniera più efficiente ed efficace le specifiche necessità del territorio di propria competenza); centri clinici di eccellenza capaci anche di attirare pazienti di altre regioni e, quindi, fonti di importanti entrate finanziarie (le Molinette);
implementazione di politiche di assistenza territoriale grazie ai piani di quadrante;
bilancio tra i più virtuosi alle medie regionali, malgrado il buco di 800 miliardi di vecchie lire dovuto allo scandalo del Mauriziano.
Onestà intellettuale e morale vuole che le cause di questo debito, anche se di natura diversa, chiamino in corresponsabilità i due schieramenti politici: il centro-destra perché, pur avendo avuto responsabilità di governo della sanità per dieci anni, non ha mai posto in essere processi di controllo, che avrebbero sicuramente portato a una precoce conoscenza della situazione reale e all’adozione dei necessari provvedimenti quali la sostituzione della dirigenza di centro-sinistra che, purtroppo, ancora amministrava l’Ordine Mauriziano;
il centro-sinistra per aver continuato a praticare una gestione inefficiente, finalizzata solo a soddisfare i propri interessi politici e clientelari.
A causa delle possibili e pesanti ripercussioni del debito sull’offerta sanitaria e sul livello occupazionale, la giunta Ghigo si fece carico degli 800 miliardi senza aumentare le tasse e sollecitando nel frattempo l’approvazione di una legge nazionale, unica possibile soluzione a una criticità di queste dimensioni.
Inutile sottolineare come anche in questo caso la maggioranza dei media, schieratasi con il centro-sinistra, sia riuscita a creare una valida disinformazione, grazie alla quale le parti si sono invertite: chi aveva creato il problema veniva presentato come la soluzione, e chi stava lavorando per risolverlo veniva additato come la causa.
A vittoria conseguita, il neoassessore Valpreda annunciò lo strumento grazie al quale risolvere i presunti sfasci della sanità targata centro-destro: il Piano Sanitario Regionale (PSR).
Su questo tema, Valpreda fu poi anche molto prodigo di critiche verso la giunta Ghigo, accusandola di non avere voluto la stesura di un PSR soprattutto per imperizia.
La realtà, e i fatti lo confermano, è un’altra.
L’ex assessore D’Ambrosio si era molto impegnato a creare un sistema sanitario che fosse realmente centrato sul cittadino, che valorizzasse le risorse umane e in grado di contenere la spesa.
Organica a questo disegno era la decisione di promuovere linee annuali di indirizzo, preferendo lasciare alle direzioni delle ASL ampia libertà di scelta riguardo alle strategie più appropriate in base alle specifiche esigenze del territorio.
I risultati furono due:
1. permettere al sistema sanitario di muoversi in maniera sincrona verso obiettivi definiti e concordati; e
2. consentire alle ASL di dar luogo a programmazioni territoriali mirate, che consentissero la più ampia copertura della domanda ottimizzando al meglio le risorse disponibili.
Il piano Valpreda, così fortemente voluto partì, ma con una filosofia concettuale di base completamente sbagliata, tanto da comprometterne pesantemente gli esiti finali.
È noto, infatti, a chi è preparato in materia che, affinché si possa concretamente soddisfare la domanda di salute, bisogna adeguare il sistema sanitario alla lettura delle esigenze del territorio. Invece, secondo l’assessore Valpreda e la sua composita maggioranza, era vero esattamente il contrario, e cioè che erano medici e pazienti a doversi obbligatoriamente adeguare all’offerta del sistema sanitario, inaugurando così, in piena attuazione del disegno federalista, una politica sanitaria di tipo centralista e stalinista.
È evidente che per il centro-sinistra sono i politici a conoscere meglio dei medici i bisogni dei pazienti.
Non sorprende quindi che, nonostante le promesse elettorali che parlavano di valorizzazione, la classe medica piemontese sia costretta a condizioni di lavoro sempre più disagiate senza essere minimamente coinvolta nel governo clinico delle aziende sanitarie.
Obiettivo centrale del PSR era l’accorpamento delle ASL, che, nelle intenzioni degli estensori, avrebbe dovuto garantire risparmi sui costi e un’offerta dei servizi più ampia e di qualità.
Il caso volle che durante l’ultima parte della passata legislatura l’assessore D’Ambrosio avesse commissionato a una nota agenzia, diretta da un ex ministro, una costosa consulenza riguardo proprio i possibili vantaggi di un accorpamento.
I risultati, di cui il futuro assessore Valpreda era a conoscenza poiché in quel periodo direttore di dipartimento presso l’assessorato alla sanità, furono chiari e netti: alle condizioni date, l’accorpamento avrebbe finito con il produrre solo ASL elefantiache con seri problemi di gestione amministrativa e distretti sanitari talmente vasti da non potere essere coperti da una valida rete assistenziale.
Per questi motivi, si sarebbe resa necessaria una forte politica di acquisizione di risorse umane di profilo amministrativo e tecnico-professionale.
Come dire, l’esatto contrario di quello che si sperava.
A questo punto due domande di buon senso.
Se all’epoca non era possibile attuare l’accorpamento proprio per mancanza di risorse, con quali criteri è stato possibile proporlo e realizzarlo in seguito, dopo un’ulteriore e forte compressione delle piante organiche, dovuta alla decisione della giunta Bresso di impedire qualsiasi forma di assunzione, tanto da non sostituire neanche gli operatori che andavano in pensione?
Com’è stato possibile attuarlo senza prevedere un contemporaneo sblocco del divieto di assunzione e di mobilità extra-regionale?
A nulla sono valsi i tentativi delle minoranze di vedere accolte le loro logiche richieste di miglioramento, visto l’atteggiamento arrogante della presidente Bresso, sorda a qualsiasi tentativo di discussione e confronto.
Ma, evidentemente, il buon senso e minima conoscenza dei principi base dell’economia sanitaria non sono di casa presso questa giunta, che preferisce anteporre il proprio fumus ideologico alle legittime aspettative dei cittadini e degli operatori.
Ma qual è il vero stato dell’arte della sanità piemontese, nonostante i continui proclami della presidente Bresso, che parla di eccellenza diffusa?
Ecco alcuni dati.
La spesa sanitaria è aumentata del 24%, ma non per investimenti, quanto per la gestione ordinaria, per il personale e per la farmaceutica.
Il deficit accumulato durante quest’amministrazione è di 1,2 miliardi di euro, con ulteriore disavanzo per il 2009, che dovrebbe aggirarsi sui 400 milioni di euro.
Come volevasi dimostrare, la spesa delle ASL accorpate è superiore rispetto a quelle non accorpate, e la drastica riduzione dei posti letto non ha determinato riduzione dei costi.
Certo, in campagna elettorale è facile dimostrare il contrario: basta sottrarre ingenti risorse finanziarie da altri capitoli e il buco è coperto, salvo, però, penalizzare ulteriormente i settori colpiti, che avrebbero potuto impiegare quelle risorse con maggiore profitto.
Conveniamo che la spesa sanitaria sia in crescita, ma è ormai certificata l’incapacità di quest’amministrazione di saperla tenere sotto controllo come, invece, riescono a fare regioni assimilabili alla nostra.
Piuttosto, la presidente Bresso e l’assessore Artesio ringrazino il governo Berlusconi, che ha deciso di aumentare il fondo sanitario nazionale e di confermare i finanziamenti per le persone non autosufficienti, con un beneficio extra per le casse della sanità piemontese pari a 200 milioni di euro.
Le liste di attesa si sono allungate: 175 giorni per la prima visita cardiologica e 263 giorni per un’ecografia addominale, ed è facile immaginare il disagio dei piemontesi costretti a emigrare verso altre sanità regionali, soprattutto quella lombarda.
È da segnalare come quest’emigrazione sia un’ulteriore causa di peggioramento della spesa; infatti, la mobilità passiva (la somma che la Regione Piemonte deve rimborsare ad altri sistemi regionali per le prestazioni fornite ai propri cittadini) cresce di anno in anno.
Basti pensare che solo nel 2006, su un bilancio complessivo della sanità pari a poco più di 6 miliardi di euro, la giunta Bresso è stata costretta a rifondere con più di un miliardo di euro la sola Regione Lombardia.
La medicina territoriale, così enfatizzata durante la campagna elettorale e nel PSR, si è dimostrata per lo più una spinta teorica molto raramente concretizzata nei fatti.
Del resto, risulta impossibile pensare che i distretti sanitari possano funzionare in maniera produttiva alle seguenti condizioni:
1. assenza di un modello organizzativo territoriale;
2. grave sottodimensionamento delle risorse professionali e finanziarie;
3. assenza di processi per favorire un adeguato coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei pediatri di base;
4. nessuna indicazione e stimolo verso la creazione di partnership miste territoriali (pubblico-privato) per favorire un ampliamento quali-quantitativo dell’assistenza rivolta ad anziani, malati cronici, disabili e non autosufficienti.
Come dimostrato da altre regioni più virtuose e pragmatiche, la realizzazione di un efficace sistema di rete assistenziale sanitaria sul territorio è un modello assai complesso, che richiede un notevole sforzo di know-how tecnologico, organizzativo e gestionale, collegato alla disponibilità di ulteriori risorse finanziarie.
Tutto ciò che il privato accreditato può garantire con innegabili vantaggi per i pazienti e per il bilancio.
Ma a casa di quello che resta di Rifondazione Comunista, parlare del privato come risorsa a beneficio della collettività continua a essere considerata una blasfemia.
E allora come spiegare, assessore Artesio, il parcheggio dei malati psichiatrici torinesi presso pensioni private, a un costo elevato, “visitati” dal personale del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) con tempi biblici?
Non era forse il caso di investire queste risorse nell’acquisizione di personale sufficiente a far funzionare meglio i DSM?
È forse questa la politica di valorizzazione delle professionalità e delle qualità delle prestazioni tanto decantata dalla presidente Bresso? ( Dott. Stefano M. )
il tema della sanità era e resta centrale non solo nel dibattito politico e culturale generale, ma anche riguardo al livello di apprezzamento dei cittadini nei confronti del proprio sistema sanitario regionale.
La modifica del Titolo V della Costituzione ha attribuito alle Regioni potere legislativo in merito all’organizzazione sanitaria e alle scelte dei percorsi assistenziali in base ai quali soddisfare i bisogni dei propri assistiti.
Per questo motivo, sempre più la sanità è avvertita dal cittadino non solo come funzione di governo locale, a immagine e somiglianza della propria storia, della propria cultura, del proprio percorso di abitudini e necessità, in coerenza con l’evoluzione dei modi e degli stili personali di vita, ma anche come parametro di giudizio dell’operato del governatore regionale e della sua giunta.
In Piemonte, le polemiche sul versante sanitario durante l’attuale governo del centro-sinistra sono sempre state all’ordine del giorno e non sono mancati numerosi momenti di tensione fra i due schieramenti politici, le cui vere motivazioni non sempre sono state fedelmente riportate dai mass media.
Prevedendo il clima infuocato e di scontro, che certamente caratterizzerà questa consultazione elettorale, è opportuno chiarire alcuni punti.
All’indomani dell’imprevista vittoria del centro-sinistra della presidente Bresso, lo stato dell’arte della sanità piemontese era il seguente: buona copertura quali-quantitativa della domanda sanitaria (grazie ad una struttura organizzativa che prevedeva più ASL rispetto alle attuali, ciascuna delle quali poteva gestire in maniera più efficiente ed efficace le specifiche necessità del territorio di propria competenza); centri clinici di eccellenza capaci anche di attirare pazienti di altre regioni e, quindi, fonti di importanti entrate finanziarie (le Molinette);
implementazione di politiche di assistenza territoriale grazie ai piani di quadrante;
bilancio tra i più virtuosi alle medie regionali, malgrado il buco di 800 miliardi di vecchie lire dovuto allo scandalo del Mauriziano.
Onestà intellettuale e morale vuole che le cause di questo debito, anche se di natura diversa, chiamino in corresponsabilità i due schieramenti politici: il centro-destra perché, pur avendo avuto responsabilità di governo della sanità per dieci anni, non ha mai posto in essere processi di controllo, che avrebbero sicuramente portato a una precoce conoscenza della situazione reale e all’adozione dei necessari provvedimenti quali la sostituzione della dirigenza di centro-sinistra che, purtroppo, ancora amministrava l’Ordine Mauriziano;
il centro-sinistra per aver continuato a praticare una gestione inefficiente, finalizzata solo a soddisfare i propri interessi politici e clientelari.
A causa delle possibili e pesanti ripercussioni del debito sull’offerta sanitaria e sul livello occupazionale, la giunta Ghigo si fece carico degli 800 miliardi senza aumentare le tasse e sollecitando nel frattempo l’approvazione di una legge nazionale, unica possibile soluzione a una criticità di queste dimensioni.
Inutile sottolineare come anche in questo caso la maggioranza dei media, schieratasi con il centro-sinistra, sia riuscita a creare una valida disinformazione, grazie alla quale le parti si sono invertite: chi aveva creato il problema veniva presentato come la soluzione, e chi stava lavorando per risolverlo veniva additato come la causa.
A vittoria conseguita, il neoassessore Valpreda annunciò lo strumento grazie al quale risolvere i presunti sfasci della sanità targata centro-destro: il Piano Sanitario Regionale (PSR).
Su questo tema, Valpreda fu poi anche molto prodigo di critiche verso la giunta Ghigo, accusandola di non avere voluto la stesura di un PSR soprattutto per imperizia.
La realtà, e i fatti lo confermano, è un’altra.
L’ex assessore D’Ambrosio si era molto impegnato a creare un sistema sanitario che fosse realmente centrato sul cittadino, che valorizzasse le risorse umane e in grado di contenere la spesa.
Organica a questo disegno era la decisione di promuovere linee annuali di indirizzo, preferendo lasciare alle direzioni delle ASL ampia libertà di scelta riguardo alle strategie più appropriate in base alle specifiche esigenze del territorio.
I risultati furono due:
1. permettere al sistema sanitario di muoversi in maniera sincrona verso obiettivi definiti e concordati; e
2. consentire alle ASL di dar luogo a programmazioni territoriali mirate, che consentissero la più ampia copertura della domanda ottimizzando al meglio le risorse disponibili.
Il piano Valpreda, così fortemente voluto partì, ma con una filosofia concettuale di base completamente sbagliata, tanto da comprometterne pesantemente gli esiti finali.
È noto, infatti, a chi è preparato in materia che, affinché si possa concretamente soddisfare la domanda di salute, bisogna adeguare il sistema sanitario alla lettura delle esigenze del territorio. Invece, secondo l’assessore Valpreda e la sua composita maggioranza, era vero esattamente il contrario, e cioè che erano medici e pazienti a doversi obbligatoriamente adeguare all’offerta del sistema sanitario, inaugurando così, in piena attuazione del disegno federalista, una politica sanitaria di tipo centralista e stalinista.
È evidente che per il centro-sinistra sono i politici a conoscere meglio dei medici i bisogni dei pazienti.
Non sorprende quindi che, nonostante le promesse elettorali che parlavano di valorizzazione, la classe medica piemontese sia costretta a condizioni di lavoro sempre più disagiate senza essere minimamente coinvolta nel governo clinico delle aziende sanitarie.
Obiettivo centrale del PSR era l’accorpamento delle ASL, che, nelle intenzioni degli estensori, avrebbe dovuto garantire risparmi sui costi e un’offerta dei servizi più ampia e di qualità.
Il caso volle che durante l’ultima parte della passata legislatura l’assessore D’Ambrosio avesse commissionato a una nota agenzia, diretta da un ex ministro, una costosa consulenza riguardo proprio i possibili vantaggi di un accorpamento.
I risultati, di cui il futuro assessore Valpreda era a conoscenza poiché in quel periodo direttore di dipartimento presso l’assessorato alla sanità, furono chiari e netti: alle condizioni date, l’accorpamento avrebbe finito con il produrre solo ASL elefantiache con seri problemi di gestione amministrativa e distretti sanitari talmente vasti da non potere essere coperti da una valida rete assistenziale.
Per questi motivi, si sarebbe resa necessaria una forte politica di acquisizione di risorse umane di profilo amministrativo e tecnico-professionale.
Come dire, l’esatto contrario di quello che si sperava.
A questo punto due domande di buon senso.
Se all’epoca non era possibile attuare l’accorpamento proprio per mancanza di risorse, con quali criteri è stato possibile proporlo e realizzarlo in seguito, dopo un’ulteriore e forte compressione delle piante organiche, dovuta alla decisione della giunta Bresso di impedire qualsiasi forma di assunzione, tanto da non sostituire neanche gli operatori che andavano in pensione?
Com’è stato possibile attuarlo senza prevedere un contemporaneo sblocco del divieto di assunzione e di mobilità extra-regionale?
A nulla sono valsi i tentativi delle minoranze di vedere accolte le loro logiche richieste di miglioramento, visto l’atteggiamento arrogante della presidente Bresso, sorda a qualsiasi tentativo di discussione e confronto.
Ma, evidentemente, il buon senso e minima conoscenza dei principi base dell’economia sanitaria non sono di casa presso questa giunta, che preferisce anteporre il proprio fumus ideologico alle legittime aspettative dei cittadini e degli operatori.
Ma qual è il vero stato dell’arte della sanità piemontese, nonostante i continui proclami della presidente Bresso, che parla di eccellenza diffusa?
Ecco alcuni dati.
La spesa sanitaria è aumentata del 24%, ma non per investimenti, quanto per la gestione ordinaria, per il personale e per la farmaceutica.
Il deficit accumulato durante quest’amministrazione è di 1,2 miliardi di euro, con ulteriore disavanzo per il 2009, che dovrebbe aggirarsi sui 400 milioni di euro.
Come volevasi dimostrare, la spesa delle ASL accorpate è superiore rispetto a quelle non accorpate, e la drastica riduzione dei posti letto non ha determinato riduzione dei costi.
Certo, in campagna elettorale è facile dimostrare il contrario: basta sottrarre ingenti risorse finanziarie da altri capitoli e il buco è coperto, salvo, però, penalizzare ulteriormente i settori colpiti, che avrebbero potuto impiegare quelle risorse con maggiore profitto.
Conveniamo che la spesa sanitaria sia in crescita, ma è ormai certificata l’incapacità di quest’amministrazione di saperla tenere sotto controllo come, invece, riescono a fare regioni assimilabili alla nostra.
Piuttosto, la presidente Bresso e l’assessore Artesio ringrazino il governo Berlusconi, che ha deciso di aumentare il fondo sanitario nazionale e di confermare i finanziamenti per le persone non autosufficienti, con un beneficio extra per le casse della sanità piemontese pari a 200 milioni di euro.
Le liste di attesa si sono allungate: 175 giorni per la prima visita cardiologica e 263 giorni per un’ecografia addominale, ed è facile immaginare il disagio dei piemontesi costretti a emigrare verso altre sanità regionali, soprattutto quella lombarda.
È da segnalare come quest’emigrazione sia un’ulteriore causa di peggioramento della spesa; infatti, la mobilità passiva (la somma che la Regione Piemonte deve rimborsare ad altri sistemi regionali per le prestazioni fornite ai propri cittadini) cresce di anno in anno.
Basti pensare che solo nel 2006, su un bilancio complessivo della sanità pari a poco più di 6 miliardi di euro, la giunta Bresso è stata costretta a rifondere con più di un miliardo di euro la sola Regione Lombardia.
La medicina territoriale, così enfatizzata durante la campagna elettorale e nel PSR, si è dimostrata per lo più una spinta teorica molto raramente concretizzata nei fatti.
Del resto, risulta impossibile pensare che i distretti sanitari possano funzionare in maniera produttiva alle seguenti condizioni:
1. assenza di un modello organizzativo territoriale;
2. grave sottodimensionamento delle risorse professionali e finanziarie;
3. assenza di processi per favorire un adeguato coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei pediatri di base;
4. nessuna indicazione e stimolo verso la creazione di partnership miste territoriali (pubblico-privato) per favorire un ampliamento quali-quantitativo dell’assistenza rivolta ad anziani, malati cronici, disabili e non autosufficienti.
Come dimostrato da altre regioni più virtuose e pragmatiche, la realizzazione di un efficace sistema di rete assistenziale sanitaria sul territorio è un modello assai complesso, che richiede un notevole sforzo di know-how tecnologico, organizzativo e gestionale, collegato alla disponibilità di ulteriori risorse finanziarie.
Tutto ciò che il privato accreditato può garantire con innegabili vantaggi per i pazienti e per il bilancio.
Ma a casa di quello che resta di Rifondazione Comunista, parlare del privato come risorsa a beneficio della collettività continua a essere considerata una blasfemia.
E allora come spiegare, assessore Artesio, il parcheggio dei malati psichiatrici torinesi presso pensioni private, a un costo elevato, “visitati” dal personale del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) con tempi biblici?
Non era forse il caso di investire queste risorse nell’acquisizione di personale sufficiente a far funzionare meglio i DSM?
È forse questa la politica di valorizzazione delle professionalità e delle qualità delle prestazioni tanto decantata dalla presidente Bresso? ( Dott. Stefano M. )
sabato 26 settembre 2009
LE 3 COSE DA NON CREDERE MAI !
LO SPECCHIO : dice solo quello che piace a Te
LE LUCCIOLE : splendono,corrono,e non si fanno raggiungere
LE PUTTANE : non dicono mai la verità
AMICO MIO CREDI ALLE PROSTITUTE :
LORO IL PREZZO LO DICONO PRIMA !
LE LUCCIOLE : splendono,corrono,e non si fanno raggiungere
LE PUTTANE : non dicono mai la verità
AMICO MIO CREDI ALLE PROSTITUTE :
LORO IL PREZZO LO DICONO PRIMA !
sabato 8 agosto 2009
"Rispettare lavoratori anche senza documenti"
martedì 4 agosto 2009
Senza Limiti ---Droga, la Cassazione---
"Non è reato presentare nuovi clienti al pusher"
Roma - Non è reato presentare, al fornitore abituale di hascisc dal quale ci si serve, i propri amici affinché anche loro si possano approvvigionare da lui.
Il fatto, in sostanza, non costituisce intermediazione nello spaccio di droga.
Lo sottolinea la Cassazione che, con la formula ampiamente liberatoria "perché il fatto non sussiste", ha assolto due ragazzi di Trento condannati per concorso in vendita di stupefacenti con l’accusa di aver fatto da intermediari al pusher dal quale portavano i loro conoscenti amanti della cannabis.
La sentenza della Corte In particolare la Suprema Corte - con la sentenza 18709 - ha affermato che "la semplice presentazione di altri tossicodipendenti al proprio fornitore non può considerarsi penalmente rilevante".
Di contrario avviso erano state, invece, sia la Corte di Appello di Trento che il Tribunale.
Per aver ampliato il "giro" del pusher, nell’abitazione del quale portavano gli amici affinché imparassero la strada e provassero la qualità del "fumo",
i due, erano stati condannati rispettivamente a quattro mesi di reclusione e 1.200 euro di multa e due mesi venti giorni e 800 euro di multa.
Ma la Cassazione ha stracciato le condanne assolvendo i due imputati e rilevando che presentare clienti al fornitore è reato solo se c’è un "accordo concordato con quest’ultimo" e "finalizzato all’avviamento di tossicodipendenti consumatori".
Ma quanto si fa tutto animati solo dalla spirito di amicizia il reato non c’è.
Roma - Non è reato presentare, al fornitore abituale di hascisc dal quale ci si serve, i propri amici affinché anche loro si possano approvvigionare da lui.
Il fatto, in sostanza, non costituisce intermediazione nello spaccio di droga.
Lo sottolinea la Cassazione che, con la formula ampiamente liberatoria "perché il fatto non sussiste", ha assolto due ragazzi di Trento condannati per concorso in vendita di stupefacenti con l’accusa di aver fatto da intermediari al pusher dal quale portavano i loro conoscenti amanti della cannabis.
La sentenza della Corte In particolare la Suprema Corte - con la sentenza 18709 - ha affermato che "la semplice presentazione di altri tossicodipendenti al proprio fornitore non può considerarsi penalmente rilevante".
Di contrario avviso erano state, invece, sia la Corte di Appello di Trento che il Tribunale.
Per aver ampliato il "giro" del pusher, nell’abitazione del quale portavano gli amici affinché imparassero la strada e provassero la qualità del "fumo",
i due, erano stati condannati rispettivamente a quattro mesi di reclusione e 1.200 euro di multa e due mesi venti giorni e 800 euro di multa.
Ma la Cassazione ha stracciato le condanne assolvendo i due imputati e rilevando che presentare clienti al fornitore è reato solo se c’è un "accordo concordato con quest’ultimo" e "finalizzato all’avviamento di tossicodipendenti consumatori".
Ma quanto si fa tutto animati solo dalla spirito di amicizia il reato non c’è.
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