DE SANITATE PIEMONTESE, PARLIAMONE :
il tema della sanità era e resta centrale non solo nel dibattito politico e culturale generale, ma anche riguardo al livello di apprezzamento dei cittadini nei confronti del proprio sistema sanitario regionale.
La modifica del Titolo V della Costituzione ha attribuito alle Regioni potere legislativo in merito all’organizzazione sanitaria e alle scelte dei percorsi assistenziali in base ai quali soddisfare i bisogni dei propri assistiti.
Per questo motivo, sempre più la sanità è avvertita dal cittadino non solo come funzione di governo locale, a immagine e somiglianza della propria storia, della propria cultura, del proprio percorso di abitudini e necessità, in coerenza con l’evoluzione dei modi e degli stili personali di vita, ma anche come parametro di giudizio dell’operato del governatore regionale e della sua giunta.
In Piemonte, le polemiche sul versante sanitario durante l’attuale governo del centro-sinistra sono sempre state all’ordine del giorno e non sono mancati numerosi momenti di tensione fra i due schieramenti politici, le cui vere motivazioni non sempre sono state fedelmente riportate dai mass media.
Prevedendo il clima infuocato e di scontro, che certamente caratterizzerà questa consultazione elettorale, è opportuno chiarire alcuni punti.
All’indomani dell’imprevista vittoria del centro-sinistra della presidente Bresso, lo stato dell’arte della sanità piemontese era il seguente: buona copertura quali-quantitativa della domanda sanitaria (grazie ad una struttura organizzativa che prevedeva più ASL rispetto alle attuali, ciascuna delle quali poteva gestire in maniera più efficiente ed efficace le specifiche necessità del territorio di propria competenza); centri clinici di eccellenza capaci anche di attirare pazienti di altre regioni e, quindi, fonti di importanti entrate finanziarie (le Molinette);
implementazione di politiche di assistenza territoriale grazie ai piani di quadrante;
bilancio tra i più virtuosi alle medie regionali, malgrado il buco di 800 miliardi di vecchie lire dovuto allo scandalo del Mauriziano.
Onestà intellettuale e morale vuole che le cause di questo debito, anche se di natura diversa, chiamino in corresponsabilità i due schieramenti politici: il centro-destra perché, pur avendo avuto responsabilità di governo della sanità per dieci anni, non ha mai posto in essere processi di controllo, che avrebbero sicuramente portato a una precoce conoscenza della situazione reale e all’adozione dei necessari provvedimenti quali la sostituzione della dirigenza di centro-sinistra che, purtroppo, ancora amministrava l’Ordine Mauriziano;
il centro-sinistra per aver continuato a praticare una gestione inefficiente, finalizzata solo a soddisfare i propri interessi politici e clientelari.
A causa delle possibili e pesanti ripercussioni del debito sull’offerta sanitaria e sul livello occupazionale, la giunta Ghigo si fece carico degli 800 miliardi senza aumentare le tasse e sollecitando nel frattempo l’approvazione di una legge nazionale, unica possibile soluzione a una criticità di queste dimensioni.
Inutile sottolineare come anche in questo caso la maggioranza dei media, schieratasi con il centro-sinistra, sia riuscita a creare una valida disinformazione, grazie alla quale le parti si sono invertite: chi aveva creato il problema veniva presentato come la soluzione, e chi stava lavorando per risolverlo veniva additato come la causa.
A vittoria conseguita, il neoassessore Valpreda annunciò lo strumento grazie al quale risolvere i presunti sfasci della sanità targata centro-destro: il Piano Sanitario Regionale (PSR).
Su questo tema, Valpreda fu poi anche molto prodigo di critiche verso la giunta Ghigo, accusandola di non avere voluto la stesura di un PSR soprattutto per imperizia.
La realtà, e i fatti lo confermano, è un’altra.
L’ex assessore D’Ambrosio si era molto impegnato a creare un sistema sanitario che fosse realmente centrato sul cittadino, che valorizzasse le risorse umane e in grado di contenere la spesa.
Organica a questo disegno era la decisione di promuovere linee annuali di indirizzo, preferendo lasciare alle direzioni delle ASL ampia libertà di scelta riguardo alle strategie più appropriate in base alle specifiche esigenze del territorio.
I risultati furono due:
1. permettere al sistema sanitario di muoversi in maniera sincrona verso obiettivi definiti e concordati; e
2. consentire alle ASL di dar luogo a programmazioni territoriali mirate, che consentissero la più ampia copertura della domanda ottimizzando al meglio le risorse disponibili.
Il piano Valpreda, così fortemente voluto partì, ma con una filosofia concettuale di base completamente sbagliata, tanto da comprometterne pesantemente gli esiti finali.
È noto, infatti, a chi è preparato in materia che, affinché si possa concretamente soddisfare la domanda di salute, bisogna adeguare il sistema sanitario alla lettura delle esigenze del territorio. Invece, secondo l’assessore Valpreda e la sua composita maggioranza, era vero esattamente il contrario, e cioè che erano medici e pazienti a doversi obbligatoriamente adeguare all’offerta del sistema sanitario, inaugurando così, in piena attuazione del disegno federalista, una politica sanitaria di tipo centralista e stalinista.
È evidente che per il centro-sinistra sono i politici a conoscere meglio dei medici i bisogni dei pazienti.
Non sorprende quindi che, nonostante le promesse elettorali che parlavano di valorizzazione, la classe medica piemontese sia costretta a condizioni di lavoro sempre più disagiate senza essere minimamente coinvolta nel governo clinico delle aziende sanitarie.
Obiettivo centrale del PSR era l’accorpamento delle ASL, che, nelle intenzioni degli estensori, avrebbe dovuto garantire risparmi sui costi e un’offerta dei servizi più ampia e di qualità.
Il caso volle che durante l’ultima parte della passata legislatura l’assessore D’Ambrosio avesse commissionato a una nota agenzia, diretta da un ex ministro, una costosa consulenza riguardo proprio i possibili vantaggi di un accorpamento.
I risultati, di cui il futuro assessore Valpreda era a conoscenza poiché in quel periodo direttore di dipartimento presso l’assessorato alla sanità, furono chiari e netti: alle condizioni date, l’accorpamento avrebbe finito con il produrre solo ASL elefantiache con seri problemi di gestione amministrativa e distretti sanitari talmente vasti da non potere essere coperti da una valida rete assistenziale.
Per questi motivi, si sarebbe resa necessaria una forte politica di acquisizione di risorse umane di profilo amministrativo e tecnico-professionale.
Come dire, l’esatto contrario di quello che si sperava.
A questo punto due domande di buon senso.
Se all’epoca non era possibile attuare l’accorpamento proprio per mancanza di risorse, con quali criteri è stato possibile proporlo e realizzarlo in seguito, dopo un’ulteriore e forte compressione delle piante organiche, dovuta alla decisione della giunta Bresso di impedire qualsiasi forma di assunzione, tanto da non sostituire neanche gli operatori che andavano in pensione?
Com’è stato possibile attuarlo senza prevedere un contemporaneo sblocco del divieto di assunzione e di mobilità extra-regionale?
A nulla sono valsi i tentativi delle minoranze di vedere accolte le loro logiche richieste di miglioramento, visto l’atteggiamento arrogante della presidente Bresso, sorda a qualsiasi tentativo di discussione e confronto.
Ma, evidentemente, il buon senso e minima conoscenza dei principi base dell’economia sanitaria non sono di casa presso questa giunta, che preferisce anteporre il proprio fumus ideologico alle legittime aspettative dei cittadini e degli operatori.
Ma qual è il vero stato dell’arte della sanità piemontese, nonostante i continui proclami della presidente Bresso, che parla di eccellenza diffusa?
Ecco alcuni dati.
La spesa sanitaria è aumentata del 24%, ma non per investimenti, quanto per la gestione ordinaria, per il personale e per la farmaceutica.
Il deficit accumulato durante quest’amministrazione è di 1,2 miliardi di euro, con ulteriore disavanzo per il 2009, che dovrebbe aggirarsi sui 400 milioni di euro.
Come volevasi dimostrare, la spesa delle ASL accorpate è superiore rispetto a quelle non accorpate, e la drastica riduzione dei posti letto non ha determinato riduzione dei costi.
Certo, in campagna elettorale è facile dimostrare il contrario: basta sottrarre ingenti risorse finanziarie da altri capitoli e il buco è coperto, salvo, però, penalizzare ulteriormente i settori colpiti, che avrebbero potuto impiegare quelle risorse con maggiore profitto.
Conveniamo che la spesa sanitaria sia in crescita, ma è ormai certificata l’incapacità di quest’amministrazione di saperla tenere sotto controllo come, invece, riescono a fare regioni assimilabili alla nostra.
Piuttosto, la presidente Bresso e l’assessore Artesio ringrazino il governo Berlusconi, che ha deciso di aumentare il fondo sanitario nazionale e di confermare i finanziamenti per le persone non autosufficienti, con un beneficio extra per le casse della sanità piemontese pari a 200 milioni di euro.
Le liste di attesa si sono allungate: 175 giorni per la prima visita cardiologica e 263 giorni per un’ecografia addominale, ed è facile immaginare il disagio dei piemontesi costretti a emigrare verso altre sanità regionali, soprattutto quella lombarda.
È da segnalare come quest’emigrazione sia un’ulteriore causa di peggioramento della spesa; infatti, la mobilità passiva (la somma che la Regione Piemonte deve rimborsare ad altri sistemi regionali per le prestazioni fornite ai propri cittadini) cresce di anno in anno.
Basti pensare che solo nel 2006, su un bilancio complessivo della sanità pari a poco più di 6 miliardi di euro, la giunta Bresso è stata costretta a rifondere con più di un miliardo di euro la sola Regione Lombardia.
La medicina territoriale, così enfatizzata durante la campagna elettorale e nel PSR, si è dimostrata per lo più una spinta teorica molto raramente concretizzata nei fatti.
Del resto, risulta impossibile pensare che i distretti sanitari possano funzionare in maniera produttiva alle seguenti condizioni:
1. assenza di un modello organizzativo territoriale;
2. grave sottodimensionamento delle risorse professionali e finanziarie;
3. assenza di processi per favorire un adeguato coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei pediatri di base;
4. nessuna indicazione e stimolo verso la creazione di partnership miste territoriali (pubblico-privato) per favorire un ampliamento quali-quantitativo dell’assistenza rivolta ad anziani, malati cronici, disabili e non autosufficienti.
Come dimostrato da altre regioni più virtuose e pragmatiche, la realizzazione di un efficace sistema di rete assistenziale sanitaria sul territorio è un modello assai complesso, che richiede un notevole sforzo di know-how tecnologico, organizzativo e gestionale, collegato alla disponibilità di ulteriori risorse finanziarie.
Tutto ciò che il privato accreditato può garantire con innegabili vantaggi per i pazienti e per il bilancio.
Ma a casa di quello che resta di Rifondazione Comunista, parlare del privato come risorsa a beneficio della collettività continua a essere considerata una blasfemia.
E allora come spiegare, assessore Artesio, il parcheggio dei malati psichiatrici torinesi presso pensioni private, a un costo elevato, “visitati” dal personale del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) con tempi biblici?
Non era forse il caso di investire queste risorse nell’acquisizione di personale sufficiente a far funzionare meglio i DSM?
È forse questa la politica di valorizzazione delle professionalità e delle qualità delle prestazioni tanto decantata dalla presidente Bresso? ( Dott. Stefano M. )
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2 commenti:
Ho trovato questo sito per caso e devo dire che è molto interessante.Sullo sfascio della nostra sanità c'è solo da prendere atto e sperare che i prossimi amministratori(spero del centrodestra) sappiano trovare in tempi brevi i giusti rimedi.Del resto basta prendere decisioni di buon senso invece che farsi guidare dal fanatismo ideologico ,come avvenuto in questi 5 anni.Sul tema sanità occorre il massimo della chiarezza.Complimenti a tutti voi e tenete duro .
Sono un profondo deluso di questa giunta da me votata non del tutto convintamente.Io che opero all'interno del settore sanità vi dico che le cose sono ben peggiori di quanto descritto nel pur eccellente articolo.Di tutte le promesse fatte, non ne è stata mantenuta nessuna:molte direzioni aziendali sono composte da manager non all'altezza e preoccupate solo di soddisfare il padrone anzichè i pazienti e noi operatori,le condizioni di lavoro sono pessime per mancanza di risorse,l'accorpamento delle asl continua ad essere un salasso in fatto di bilancio ed a provocare disservizi organizzativi ed operativi.Volendo si può continuare , ma termino sottolineando il crescente esodo sanitario di noi piemontesi verso sistemi sanitari di altre regioni,il che dice molto.Vogliamo altri 5 anni di disservizi a carico della nostra salute?
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